Nell’ultimo periodo ha preso sempre più piede una strana narrazione della genitorialità.
Basta aprire un social o ascoltare i discorsi al bar per sentire sempre la stessa frase: “I ragazzini di oggi sono troppo protetti, non sanno gestire un ‘no’, sembrano di cristallo”. E, puntualmente, l’indice viene puntato contro l’educazione rispettosa (o gentle parenting), accusata di essere la causa di questa presunta fragilità.
Le cose stanno davvero così? O stiamo facendo una colossale confusione tra protezione emotiva e iperprotezione pratica?
Facciamo chiarezza perché ritengo che ci sia un malinteso sull’educazione rispettosa.
In tanti la confondono con il permissivismo, pensano che “rispettare un bambino” significhi evitare di dargli regole, assecondare ogni suo capriccio e salvaguardarlo da qualsiasi forma di frustrazione.
Questo non è gentle parenting, ma rifiutarsi di gestire il conflitto.
L’educazione rispettosa non elimina le regole, cambia il modo in cui vengono comunicate; non elimina i “no”, ma accoglie la frustrazione che quel “no” inevitabilmente provoca. Quando diciamo a un figlio “Capisco che tu sia arrabbiato perché dobbiamo andare via dal parco, ma è ora di fare i compiti”, stiamo facendo due cose fondamentali:
- Validiamo la sua emozione (il rispetto).
- Manteniamo fermo il limite (la guida).
I ragazzi non diventano fragili perché i genitori ascoltano le loro emozioni. Diventano fragili quando non permettiamo loro di sperimentare le conseguenze delle proprie azioni.
La vera trappola: l’iperprotezione
Se c’è un errore che come società stiamo commettendo, è quello dell’iperprotezione pratica ed esperienziale. Ed è qui che la critica ai “ragazzini troppo protetti” ha un fondo di verità, ma le cause sono diverse da quelle che si pensa.
Oggi tendiamo a:
- Spianare la strada ai figli, invece di preparare i figli alla strada.
- Intervenire immediatamente se prendono un brutto voto, andando a litigare con gli insegnanti.
- Sostituirci a loro nei piccoli compiti quotidiani o nella risoluzione dei conflitti con i coetanei per evitare che soffrano.
Questo tipo di protezione non nasce dall’educazione rispettosa, ma dall’ansia genitoriale di vedere i propri figli fallire o soffrire. Ma il fallimento e la frustrazione sono i “pesi” con cui i ragazzi allenano i muscoli della resilienza. Se li solleviamo sempre noi al posto loro, come faranno a diventare forti?
Di cosa hanno bisogno i ragazzi oggi?
I ragazzi di oggi non hanno bisogno di tornare ai vecchi metodi autoritari, agli schiaffi o alle umiliazioni che “fanno crescere”. Non hanno bisogno di meno rispetto. Hanno bisogno di più fiducia nelle loro capacità.
Come parent coach, vi invito a fare questo switch mentale:
- Meno salvataggi, più presenza: Lasciate che sbaglino, che dimentichino il diario a scuola, che sperimentino la noia o una piccola delusione amorosa. Restate lì accanto a loro per aiutarli a elaborare quel momento, non per cancellarlo.
- Limiti chiari e fermi: I limiti sono una forma di cura. Un bambino senza confini si sente sperduto, non libero.
- Allenamento alla frustrazione: Dire di no quando è necessario non vi rende cattivi genitori. Permette a vostro figlio di scoprire che può sopravvivere a un rifiuto.
In conclusione
Non stiamo crescendo una generazione fragile perché la educhiamo con empatia. L’empatia crea adulti emotivamente intelligenti e sicuri di sé. La fragilità nasce quando togliamo ai ragazzi la possibilità di cadere e di scoprire che hanno le risorse per rialzarsi.
La prossima volta che qualcuno vi dirà che siete “troppo morbidi”, sorridete. Perché essere fermi nei limiti ma caldi nell’accoglienza non è debolezza. È il modo più potente che abbiamo per crescere figli forti, autonomi e pronti al mondo.




