Nella vita di ogni genitore, prima o dopo, arriva un momento nel quale il mondo sembra, improvvisamente, più pericoloso… e quel momento, quasi sempre, coincide con l’inizio della preadolescenza.
Intorno ai 10 anni, i nostri figli smettono di essere bambini e cominciano a reclamare piccoli pezzetti di autonomia.
La nostra reazione istintiva? Stringere la presa, tenerli ancora più vicini.
E allora, controlliamo i registri elettronici cinque volte al giorno; mediamo i loro conflitti con gli amici (o almeno ci proviamo); prepariamo lo zaino al posto loro per paura che dimentichino qualcosa e organizziamo ogni minuto del loro tempo libero, riempiendolo di corsi ed impegni. Lo facciamo per amore, presi dall’ansia di vederli soffrire o fallire.
Oggi, in veste di parent coach, voglio porre a te, lettore, una domanda scomoda: con i nostri atteggiamenti proteggiamo loro, o stiamo solo proteggendo noi stessi dal vederli sbagliare?
La trappola dell’iperprotezione
La preadolescenza è un’età di transizione fondamentale, è il corridoio che porta all’adolescenza e, poi, all’età adulta. In questa fase, i ragazzi hanno un profondo bisogno fisiologico e psicologico di sperimentare, mettersi alla prova e persino di annoiarsi e di fallire.
Quando ci sostituiamo a loro, quando creiamo una bolla al fine di eliminare qualsiasi ostacolo sul loro cammino, gli trasmettiamo un messaggio implicito molto potente e pericoloso: “Non ti reputo capace di farcela da solo!”
Nel lungo periodo un eccesso di protezione rischia di generare:
- bassa autostima e insicurezza cronica;
- scarsa tolleranza alla frustrazione (basta un piccolo imprevisto per mandarli incrisi);
- ansia legata alle performance scolastiche e sociali.
Il fallimento è una palestra di vita
Se non permettiamo ad un preadolescente di dimenticare i compiti per casa, non sperimenterà mai la naturale conseguenza di quella dimenticanza (un rimprovero dell’insegnante o un brutto voto) e faticherà a sviluppare il senso di responsabilità.
Se interveniamo ogni volta che litiga con un amico, non imparerà a negoziare, a chiedere scusa o a difendere i propri confini emotivi.
I piccoli fallimenti della preadolescenza sono una vera e propria palestra. Meglio che imparino a gestire una delusione oggi, all’interno del contesto sicuro della famiglia, piuttosto che trovarsi disarmati di fronte alle complessità della vita adulta domani.
Come fare un passo indietro senza farli sentire abbandonati
Fare un passo indietro non vuol dire assolutamente essere disinteressati, ma significa passare dal ruolo di “regista” della vita dei nostri figli a quello di “allenatore”. Ecco 3 strategie pratiche per iniziar subito:
- Pratica la sosta prima dell’intervento. Quando tuo figlio si trova davanti ad un problema (un litigio, un compito difficile o una decisione da prendere) non dare subito la soluzione. Conta fino a 10 e chiedi: “Tu cosa pensi di fare? Come vorresti risolvere la situazione?”
- Accetta il disordine e l’errore. La loro camera non sarà ordinata come vorresti, lo zaino sarà un caos e, forse, i voti subiranno una leggera flessione. È normale, fa parte del processo di esplorazione e di gestione del proprio spazio e del proprio tempo.
- Trasforma il controllo in connessione. Non interrogare tuo figlio su ogni singolo dettaglio della giornata, ma focalizzati sull’ascolto. Crea spazi di dialogo in cui possa raccontarsi senza sentirsi giudicato o corretto ad ogni frase.
Caro genitore, smettere di proteggere richiede coraggio, vuol dire iniziare a tollerare la nostra ansia e accettare che i nostri figli crescano anche lontano da noi. Ricorda, però, che il dono più grande che possiamo fare ad un preadolescente non è spianargli la strada, ma fornirgli gli scarponi giusti per camminare da solo.
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