Diresti mai a un preadolescente che è debole?Eppure lo facciamo senza accorgercene

Qualche giorno fa ho assistito ad una scena che mi ha fatto riflettere.

Un gruppo di ragazzi tra i 10 e i 13 anni stavano giocando e scherzando tra loro quando un adulto si è avvicinato e ha proposto una sfida. Uno di loro ha esitato mostrando insicurezza. L’adulto lo ha guardato e ha detto: “Se pensi di non farcela mettiti da parte, sei debole!!”

A prima vista qualcuno potrebbe pensare che si sia trattato di un tentativo per temprare il carattere o spronare il ragazzo a reagire. In realtà, frasi del genere hanno l’effetto opposto: bloccano la crescita emotiva e demoliscono l’autostima.

Vediamo insieme cosa succede nella mente di un preadolescente quando riceve un feedback di questo tipo.

Il pericolo delle etichette appiccicate addosso

In preadolescenza l’identità si sta ancora costruendo. I ragazzi non sanno ancora bene chi sono e si guardano allo specchio attraverso gli occhi degli adulti di riferimento. Quando una persona adulta dice ad un ragazzino che è debole, quest’ultimo non pensa che sia solo una giornata no, ma si convince di avere un difetto permanente. Il dubbio diventa una condanna definitiva.

L’effetto profezia che sia auto-avvera

Cosa succede se convinci un ragazzino che non è adeguato? Succede che smetterà di impegnarsi. Se il messaggio che passa è che la paura equivale a non valere, il ragazzo sceglierà la strada dell’evitamento, mettendosi da parte nelle sfide future.

L’umiliazione davanti agli amici

La preadolescenza è l’età in cui il giudizio dei coetanei conta più di ogni altra cosa. Dire a un ragazzo di mettersi da parte davanti ai suoi amici significa escluderlo pubblicamente. L’adulto lo mette con le spalle al mur: se partecipa lo fa con l’ansia, se si ritira subisce la vergogna. In entrambi i casi, perde.

Mentalità rigida contro mentalità aperta

Esistono due modi di vedere le proprie capacità: la mentalità rigida pensa che il talento o la forza siano doti innate, mentre la mentalità di crescita sa che le abilità si sviluppano con l’allenamento e l’errore. La titubanza è una normale tappa del percorso, non un motivo per arrendersi.

Come cambiare copione

un adulto autorevole e accogliente non cancella la paura del ragazzo, ma lo aiuta ad attraversarla. Invece di giudicare, valida l’emozione riconoscendo che è normale esitare di fronte ad una sfida nuova. Invece di etichettare, fai domande per capire cosa preoccupa di più. Invece di pretendere la perfezione, valorizza il tentativo e l’impegno indipendentemente dal risultato.

Le parole degli adulti lasciano il segno. Dire a un preadolescente di farsi da parte perché è debole non crea ragazzi forti, crea ragazzi insicuri. Il nostro compito non è selezionare solo chi si sente pronto, ma dare a tutti gli strumenti e il coraggio per fare il primo passo.

Ti è mai capitato di assistere ad una scelta simile, o di trovarti in difficoltà nella gestione di un momento di esitazione con un ragazzo? Scrivilo nei commenti e condividi la tua esperienza: il confronto è il primo passo per migliorare il nostro modo di comunicare con le nuove generazioni.

P.S.: Se vuoi approfondire come le parole degli adulti influenzano il potenziale dei ragazzi, ti consiglio la lettura di: “Mindest. Cambiare forma mentis per raggiungere il successo” della psicologa Carol Dweck.

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E’ un testo fondamentale che spiega la differenza tra mentalità rigida e mentalità di crescita, offrendo strumenti pratici per lodare l’impegno anziché etichettare il talento

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