I recenti e dolorosi fatti di cronaca avvenuti a Gela, con giovanissimi rimasti feriti durante momenti di svago e divertimento, hanno suscitato in me un senso di profonda impotenza, angoscia e, devo ammetterlo, di grande terrore, fino a spingermi a scrivere questo post diverso dal solito.
Quando la violenza si consuma nei luoghi frequentati dai nostri figli (o che inizieranno presto a frequentare) il pericolo sembra avvicinarsi inesorabilmente, smette di essere qualcosa di lontano e la tentazione immediata è quella di chiudere le porte a chiave, vietare, proteggere, rimandare a data da destinarsi il momento delle prime uscite.
Ma chi si trova a crescere un* figli* preadolescente, soprattutto dagli 11 anni in su, sa bene che le barriere non bastano, non danno certezza di sicurezza, non sono una soluzione. Questa è l’età del distacco, della ricerca di autonomia, del richiamo fortissimo del richiamo dei pari. Isolarli non è la risposta; guidarli attraverso la tempesta, invece, lo è. Che poi, questo dovrebbe essere il ruolo di ogni genitore: dare gli strumenti per affrontare il temporale e non essere l’ombrello.
Come mamma comprendo le preoccupazioni ed i timori, come facilitatore genitoriale desidero offrire qualche spunto di riflessione, delle bussole per non perdere l’orientamento e per comunicare con i/le vostri/e figli/e di ciò che è accaduto nel mio paese (ma non solo, perché fatti di cronaca simili accadono ogni giorno ovunque), senza sbattere contro il muro del silenzio, del non detto o nel terrorismo psicologico.
1 Valida la paura (senza trasmettere panico)
I preadolescenti spesso mascherano la paura dietro l’indifferenza, il cinismo o l’esibizione di una finta sicurezza, in realtà, le notizie di coetanei accoltellati li colpiscono profondamente.
- Cosa fare: create uno spazio di dialogo protetto. Chiedete: “Cosa si dice nel tuo gruppo di amici di quello che è successo?” Lasciateli parlare senza interrompere. Se mostrano ansia, non minimizzate con frasi come: “Non pensarci. A te non accadrà”, ma alimenta la discussione dicendo: “Capisco che questa situazione ti faccia paura, spaventa anche me, ma siamo qui per capire insieme come muoverci in sicurezza.”
2 Decodifica la rabbia e il bisogno di “appartenenza”
Spesso la violenza tra giovanissimi nasce da dinamiche di gruppo esasperate, dove un’occhiata di troppo o una parola sbagliata diventano pretesti per dimostrare la propria forza. Il preadolescente ha un disperato bisogno di sentirsi accettato dal gruppo.
- Cosa fare: aiutateli a riflettere sulla differenza tra rapporti armonici e sottomissione al gruppo. Ragionate con loro su ipotetici scenari: “Se un tuo amico inizia a litigare pesantemente o scopri che porta con sè un oggetto pericoloso, tu cosa fai?” Insegnate loro l’arte del passo indietro, ché i supereroi non esistono se non in tv. Allontanarsi da una situazione di pericolo non è codardia, è intelligenza e significa possedere spirito di auto-conservazione.
3 Stabilite regole chiare ma co-costruite
Il controllo totale a quest’età è un’illusione e ciò che non controlliamo ci logora. Più stringiamo la corda in modo autoritario, più ragazzi cercheranno di spezzarla mentendo su dove vanno o con chi sono.
E no, autorevolezza non vuol dire permissivismo, non vuol dire abbandonare i ragazzi a se stessi, abdicare al nostro ruolo educativo, consentirgli di fare ciò che vogliono e dettare modi e tempi.
- Cosa fare: stabilite patti chiari per le prime uscite pomeridiane o serali. Non imponete limiti dall’alto, ma contrattateli: gli orari di rientro; i luoghi della città considerati più tranquilli: l’obbligo di rispondere al telefono o di mandare un messaggio quando ci si sposta. La regola deve essere considerata come una cintura di sicurezza, non come una punizione.
Fatti di cronaca che coinvolgono giovanissimi non ci chiedono di controllare i nostri figli in maniera cieca, ma di porci delle domande su quale modello di gestione emotiva stiamo offrendo loro. I ragazzi che scelgono la violenza, spesso, non hanno parole per esprimere il proprio mondo interiore.
Noi genitori non possiamo controllare ogni angolo di strada, ma possiamo rendere la nostra casa un porto sicuro dove ogni emozione, anche la più cupa, può essere raccontata, accolta, disinnescata e compresa. Restiamo presenti e in ascolto. I nostri figli, oggi più che mai, hanno bisogno di guide autorevoli, non di giudici spaventati




